Fare manutenzione della solitudine per ritrovare se stessi (e il mondo)

  |  LECCE (LE)  -  giovedì 3 ottobre 2019 - 11:40

Il viaggio in versi dello scrittore salentino Giuseppe Semeraro

di Giuseppe Di Matteo
Fare manutenzione della solitudine per ritrovare se stessi (e il mondo)

«Se un giorno non obbedisce a niente/e la matita si spezza nella rabbia/comincia a guardare i tuoi piedi/ le punte del tuo affanno/allacciati le scarpe con calma». Fermarsi. Respirare. Scoprire che il tempo può improvvisamente rallentare e regalare spazi inesplorati di solitudine che aiutano a riflettere. Anche nella società dell’iperconnessione, che impone ritmi frenetici e refrattari alla cura di sé. La mano intanto prende nota, ripescando dal cassetto frammenti di un vissuto collettivo che reclama a gran voce il suo diritto a esistere.

Quelli del poeta salentino Giuseppe Semeraro sono versi di resistenza che raccontano un combattimento interiore tra i pieni e i vuoti di una quotidianità prigioniera delle sue contraddizioni. Ma La manutenzione della solitudine, edito da Musicaos (119 pag., 13 euro) è anche un’autobiografia che si scompone e ricompone a seconda dell’angolo di visuale, incollando al proprio ventre luoghi, storie e personaggi che si liberano nell’aria e brillano di luce propria. «Poi ci sarà un giorno/ in cui le parole/ si metteranno a camminare/arriveranno fino a te/e non ti lasceranno più»: il poeta lascia il segno e c’è da credergli, perché le sue parole sono sincere e, come nel caso di Brecht, hanno bisogno di un pubblico che le ascolti e le faccia proprie.

Anche in Semeraro, infatti, poesia e teatro sono tutt’uno. Per accorgersene basta immedesimarsi nel ritmo musicale imposto delle sue strofe che, come sottolinea Francesca Prete nella bella postfazione al volume, assomigliano agli scatti di una «polaroid che ruba al tempo un’immagine» e ci restituisce l’essenziale nelle sue molteplici sfaccettature. Ed ecco che «la danza di non esistere/ o di esistere al bordo di ciò che è civile» raccoglie il canto dei primi, degli ultimi, perfino dei morti, per i quali «non basta il cielo» perché il loro spirito veleggia «negli occhi di chi resta».

Ma se la solitudine è la cassetta degli attrezzi utilizzata da Semeraro per “sentire” il mondo, si respira un po’ ovunque anche il profumo di vecchie impronte che nemmeno la nostalgia di un tempo che fugge riesce a cancellare. «Cercavamo Dio sulla riva /come si cerca una conchiglia/facevamo l’amore col tramonto/nascosti tra le dune/lasciavamo sulla sabbia /il disegno dei nostri corpi/ il bacio adolescente degli Dei».

Ecco il ricordo di un’adolescenza in fuga che si mescola a una ricerca del senso del divino, destinata a naufragare tra le pieghe di un’esistenza che obbliga l’uomo a confrontarsi irrimediabilmente con se stesso senza appigli. Perché «non appartiene a Dio il perdono/ ma a questa nostra specie in estinzione», minacciata dai suoi silenzi inafferrabili e, talvolta, dai fantasmi della guerra, che spesso consideriamo troppo lontana da noi. Sarajevo è ancora lì, imprigionata nei suoi «sorrisi spezzati»; «Srebrenica in diretta/e l’impotenza di allora /è la stessa di oggi».

Non mancano riferimenti alla Puglia e ai suoi dolori: «Quel seme adesso è una croce secca/in cima ha un vecchio nido senza piume/senza neanche un pettirosso per il tramonto», ed è sin troppo chiaro il rifermento agli ulivi martoriati dalla xylella, che ha devastato gran parte del paesaggio salentino. Come pure è sferzante la critica alla società dei consumi, che impone i suoi dogmi e mortifica le tradizioni (si legga Natale di merda).

Stupisce la capacità di Semeraro di passare da un tema all’altro senza perdere intensità. Forse perché il suo è «un manuale di istruzioni per l’uso che si svela un po’ alla volta» e scava nell’anima della parola, regalando una speranza che assomiglia a un fiore incastrato su una rupe: «e non c’è cosa più immortale/più resistente e necessaria al mondo/che la volontà del suo frutto/della sua lotta per il fiore».

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