Goyescas: viaggio musicale nel cuore della Puglia

  |  0 ()  -  venerdì 19 luglio 2019 - 08:49

Nel romanzo d'esordio Francesca Maria Villani si lascia cullare dalle note dei grandi compositori per riscoprire il fascino di tradizioni e radici

di Giuseppe Di Matteo
Goyescas: viaggio musicale nel cuore della Puglia

«Ogni nuovo mattino, /uscirò per le strade cercando i colori». Perché «i colori», scrive Cesare Pavese disegnando il profilo della sua splendida Agonia, «non piangono, /sono come un risveglio: domani i colori/torneranno». Maria deve aver pensato a questi versi quando ha deciso di rimettere piede dopo tanti anni nel suo borgo natìo, a due passi da Taranto. I riti degli avi presidiano il fazzoletto di chianche e vicoletti eternamente fedeli a se stessi nonostante lo scalpiccìo di infinite generazioni. Riemergono i solchi dei vecchi traìni carichi d’uva e si odono in lontananza le litanie delle processioni che dispensano salvezza; sul far del giorno ci si siede «con le spalle rivolte agli usci», perché «la seggiola è come una finestra sul mondo». Un panorama ideale per il progetto che ha in mente: raccontare le tradizioni popolari della sua terra.

Da qualche parte, nella bocca abbandonata di un muro di calce, risuonano le note di Bach e Chopin. Ed è proprio quella scia melodiosa a stimolare le impronte di un vissuto che si ribella con forza all’oblio cui era stato confinato per tanto tempo, mettendo in moto la storia: la musica, infatti, «amplifica il nostro essere, pure dove il pubblico non c’è». E in Goyescas, romanzo d’esordio della scrittrice tarantina Francesca Maria Villani (Divergenze, 189 pp., 15 euro), di musica ce n’è tantissima. A cominciare dal titolo, tratto dalla celebre suite pianistica di Enrique Granados (1867-1916), che racchiude la passione della protagonista (e dell’autrice) per il pianoforte e i grandi compositori.

Sin dall’alba della narrazione la trama si scompone in mille rivoli di un tempo indefinito: quello di Maria è infatti un viaggio tessuto con la sostanza del mito che non ammette frontiere tra presente e passato: i personaggi che ne assecondano il lungo peregrinare negli anfratti più nascosti della memoria si fanno via via meno consistenti, fino a confondersi con le storie, a tratti leggendarie, delle quali pure sono essi stessi sostanza.

Ma a sorprendere è soprattutto lo stile: a dispetto della giovane età dell’autrice (classe ’99), qui si ha a che fare con una scrittura potentissima che, come annota Marco Proietti Mancini nella sontuosa postfazione al volume, si lascia levigare da una «successione di immagini poetiche che affermano senza rivelare». Perché Goyescas è, tra le altre cose, un romanzo di scatole cinesi all’interno del quale ci si perde per poi riaffacciarsi all’improvviso sulla strada principale del racconto. Il palcoscenico cambia di continuo, assecondando le fughe - reali o immaginarie - di chi, a suon di flashback e immersioni in un vocabolario di oggetti e costumi ancora vivo e vegeto, insegue la sua Itaca «ovunque essa si trovi».

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