Quella Puglia abitata da belve feroci senza possibilità di riscatto

  |  TARANTO (TA)  -  lunedì 24 giugno 2019 - 10:37

Nel romanzo di Alemanno il ritratto impietoso di un territorio lacerato da malavita, violenza e corruzione

di Giuseppe Di Matteo
Quella Puglia abitata da belve feroci senza possibilit di riscatto

A Oppido Messapico, capitale immaginaria di un Salento lontanissimo, la violenza e il denaro sono le uniche monete che gli individui riescono a scambiarsi. La malavita, incurante delle cicatrici lasciate sui volti dei luoghi, detta legge sventolando il vessillo di una ricchezza da ostentare senza ritegno in faccia a chi, nonostante tutto, prova a credere nei valori più sani dell’esistenza. In questa giungla è cresciuto Costantino Ròchira, faccendiere di bassa lega che se la fa con gli ‘ndranghetisti. La sua ossessione è sbarazzarsi dei Sarmenta per via di un vecchio sgarbo. Il piano, ben congegnato, riesce solo a metà. Dalla strage, infatti, si salvano alcuni componenti della famiglia che, rifugiatisi in Val Camonica, progettano la loro vendetta in grande stile.

Le redini della storia, affidate a Massimo Sarmenta (soprannominato “Mattanza”) e a suo cugino Santo (studente di belle speranze ma destinato inevitabilmente al Male), conducono lentamente il lettore alle porte dell’inferno con un’avvertenza: non vi è alcuna possibilità di riscatto, perché ciò che conta è la lotta per la sopravvivenza e l’attaccamento alla “roba” di verghiana memoria. Il disegno congegnato dai protagonisti - tratteggiati con cura dallo scrittore tarantino Giuse Alemanno attraverso un linguaggio crudo e non di rado al limite del pornografico - può infatti riuscire solo affidandosi a un istinto animalesco che non contempla altra meta se non la vendetta.

Come belve feroci, edito da Las Vegas (345 pagg., 16 euro), è un romanzo noir dalle venature pulp che prova a inserirsi in un panorama letterario vastissimo che, da qualche anno a questa parte, non fa che ingrossare il suo esercito di estimatori. L’esperimento, in questo caso, può dirsi riuscito grazie a un’architettura narrativa basata su una serie di “diapositive” che passano in rassegna il destino amaro dei personaggi, risucchiati di volta in volta nel vortice della trama, così da movimentare l’intreccio. La violenza scorre a fiumi e fa molto Quentin Tarantino, ma ogni tanto si prende qualche pausa (forse eccessiva) per lasciare spazio ad alcune descrizioni intrise di sfumature colloquiali che provano a restituire un barlume di umanità agli abitanti del racconto, ma anche gli usi e i costumi (criminali) di una Puglia che non si lascia conquistare del tutto dalle regole sociali di chi la “ospita”.

Ma quello di Alemanno è anche il ritratto impietoso di una società allo sbando, che ben presto abbandona i contorni pugliesi per assumere la forma dello Stivale. Da Nord a Sud è un panorama desolante di istituzioni in declino e corruzione dilagante che non risparmia niente e nessuno. I superstiti della famiglia Sarmenta non tardano a capirlo e si adattano con facilità al loro nuovo ambiente, abitato da bestie fameliche che indossano per caso la pelle degli uomini. La più feroce ha proprio i tratti di Massimo Sarmenta, forse il personaggio più riuscito di Alemanno, che ricorda moltissimo il killer solitario e psicopatico Anton Chigurh, ideato dalla strepitosa penna di Cormac McCarthy. 

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