L'estate muore giovane (in una provincia senza padri)

  |  BARI (BA)  -  domenica 19 maggio 2019 - 19:03

Nel romanzo di Mirko Sabatino una Puglia sospesa tra violenza e tradizioni

di Giuseppe Di Matteo
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Talvolta basta uno scampolo d’estate per abbandonare gli anni felici dell’infanzia e ritrovarsi di colpo con i capelli grigi prima del tempo. Ai dodicenni Primo, Mimmo e Damiano la vita cambia in un pomeriggio afoso del 1963: l’anno della morte di papa Giovanni XXIII, dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, del sogno universale di Martin Luther King e del primo LP dei Beatles. Roba troppo grande per il loro habitat - un borgo sperduto del Gargano dove domina la voce amica del campanile - da sempre abituato ad affacciarsi alla finestra mentre la Storia si muove.

All’ombra della piazza principale del paese risuona la cantilena delle voci aggrappate ai rosari e si trascina stancamente il copione usurato dei riti degli avi; a ogni funerale amici e nemici si incontrano per spezzare il pane comune del dolore, anche se Dio è morto da molto tempo. È in questo microcosmo apparentemente immutabile, dove le piroette dei ventagli sfidano la tirannia del sole e i muretti a secco interrompono la monotonia delle case di calce, che lo scrittore foggiano Mirko Sabatino ha scelto di ambientare il suo romanzo d’esordio dalla trama un po’ noir e un po’ fiabesca.

L’atto di nascita de L’estate muore giovane, edito da Nottetempo (303 pp., 16 euro), è un sopruso ai danni di Mimmo, perpetrato da una banda di delinquenti del paese. Per vendicarlo i tre ragazzi decidono di dar vita a un patto timbrato dal sangue che li porterà a lottare contro una società schiava del patriarcato e di regole ancestrali alle quali è difficile sottrarsi. È questo il “sugo” della storia, che però nasconde molteplici livelli di lettura. Quello che Sabatino tratteggia in modo efficacissimo è infatti un mondo arcaico che fa a pugni con un’alba sbiadita di modernità: gli anni Sessanta e il boom economico non sono pane commestibile per gli abitanti della città senza nome immaginata dall’autore, che pure assomiglia ai caratteristici borghi sul mare che popolano la costa foggiana. Per le donne, degradate al rango di oggetti, non c’è altro riparo che il focolare domestico. La sagrestia è uno dei pochi rifugi rassicuranti contro il mondo esterno (ma sarà vero?), popolato da lupi famelici che si fanno beffe della legge e sfruttano le loro amicizie influenti.

Ordinaria amministrazione per i tre piccoli eroi marginali (e tremendamente umani) di Sabatino, che nel percorrere il binario della storia principale inciampano spesso nella ragnatela della propria. A Primo, che ha perso suo padre in tenera età, spetta il compito di vegliare sulla sua famiglia e di proteggere sua sorella Viola, oggetto delle mire di uomini senza scrupoli, per onorare un’antica promessa racchiusa in una lettera che proprio suo padre gli ha lasciato in eredità prima di morire; Mimmo è invece costretto a ricalcare le orme di un fato già scritto, che lo ha destinato al seminario, e a curare le ferite quotidiane di un padre rinchiuso in manicomio. E poi c’è Damiano, che sopperisce alle mancanze di un padre debole e assente con il piglio di un uomo già fatto.

Proprio il rapporto tra padri e figli è uno dei temi portanti del romanzo, che si snoda attraverso un’acuta riflessione filosofica sul confine tra Bene e Male e che è tanto più significativa di fronte alle «responsabilità maiuscole» che inghiottono i tre adolescenti. Di fronte all’ennesimo peccato, stavolta troppo grande da digerire, non resterà che il rimedio di una violenza cruda e cieca per la quale non c’è giustizia divina o terrena. Eppure, anche quando il Male si manifesta con inaudita ferocia e ogni diritto viene sospeso, fa capolino nel buio il «brillio assoluto delle cose giuste», segno di una civiltà che non scompare mai del tutto e che si ripropone in alcune splendide descrizioni che restituiscono gli scorci e i sapori più belli della provincia pugliese. 

In una casetta qualsiasi, poco prima della siesta, Nonna Teresa infilza l’ago nella stoffa con la stessa sicurezza con cui aveva infilzato la carne di vitello destinata al ragù e gli uomini, con il futuro già alle spalle, incrociano stancamente le mani dietro la schiena. Nel frattempo, una vecchia trebbiatrice spunta misteriosamente dal mare.

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