Cartoline in versi della ''matria'' Puglia

  |  BARI (BA)  -  domenica 17 febbraio 2019 - 15:27

Lino Angiuli racconta l'anima mediterranea di un territorio intriso di millenaria bellezza

di Giuseppe Di Matteo
Cartoline in versi della

«E Puglia fu in carne e ossa/come una specie di sirena contadina/che ama andare in giro lungo l’aria/a fare sposalizi tra la terra e il mare/e a spifferare i segreti del sole/al primo tufo che incontra davanti». Con questi versi dal sapore biblico, figli di un tempo incastrato nella ragnatela dei luoghi, lo scrittore barese Lino Angiuli spalanca le porte della sua antologia poetica MadreterraMadreterna: Parole della e dalla Puglia (Quorum edizioni, 119 pp. 13 euro), che, camminando sulle orme del poema epico e offrendo testi pubblicati lungo decenni, racconta l’anima mediterranea di un territorio che si fa “matria” e si lascia cullare da mari sconosciuti agli occhi di chi non sa abitarlo.

La raccolta, divisa in sei sezioni, segue un percorso narrativo frastagliato, lambito ora dalla musicalità del verso ora dall’autorevole semplicità della prosa. Ma se la Puglia è «una regione fondata dalla luce» (questo il titolo della prima parte del volume), la Storia è la sua costituzione e veglia silenziosa sugli «uomini cuor di legume» che «prima mettono i dolori sotto sale/ e i desideri nel salvadanaio/ quindi/ vanno a coricarsi prestopresto/con le loro madonne rosine» (così recita il componimento Saluti da Acaia).

Dappertutto si respira il candore della calce tanto cara a Vittorio Bodini - «specialmente il bianco a noi ci va a pennello (…) come il lenzuolo che grida sui terrazzi/o come l’odore del padreterno/appisolato dentro una cappella di campagna» - cui fa da contraltare il verde onnipresente e argentato dell’ulivo, l’“homo simbolicus” dolcemente condannato al matrimonio con la terra rossa, che sopravvive eternamente al destino di chi ne omaggia virtù e fedeltà: «perché tu non sei di quelli che se ne vanno/altrove per diventare qualcuno/e te ne rimani qui per essere te stesso».

Particolarmente suggestiva la collezione di “cartoline” che l’autore, quasi fosse un archeologo del paesaggio, dispone in fila indiana per riscoprire il pensiero intimo della provincia, che tende a preservare le tradizioni e a respingere l’omologazione: se a Cisternino «di tanto in tanto/tra la piazzetta e la fontana di ferro/gironzola una chiacchiera ambulante» e «il tempo s’è seduto per suo conto/le gambe a cavalcioni», a Cellamare la vita scorre tra le pareti di «tre strade massimo quattro/chiesa tabacchino alimentari». A volte, invece, «una strada s’immerge volentieri/nel reame dell’erba spaccapietre/un’altra mi porta dritta in cima/a un carrubo sbarbato da poco» (è questa l’anima di Saluti da Triggianello), a simboleggiare la guerra amorosa fra natura e cultura.

Ecco perché, argomenta poeticamente Angiuli, forse è bene fermarsi a raccogliere «appunti» prima di prendere decisioni affrettate, sottintendendo così le ferite dell’emigrazione e dello spopolamento di interi territori scalzati dalle insegne luminose dei nuovi lidi (si legga la preghiera amara Devo restare nel sud). 

«Il bello del paese» - così recita l’incipit di una serie di fotografie in versi che accompagnano la biografia in prosa di alcuni piccoli Comuni - è un inno gioioso allo scalpiccio delle bande devote al santo patrono e alla semplicità dei gesti quotidiani che trionfa sulla modernità vorace. Significa «Andare alla città per trovare il desiderio di tornare al paese»; magari riscoprire il fascino di «un saluto muto fatto a mano sventolato da lontano». Di certo «è tutto questo e altro ancora».


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